Le hai provate tutte: perché i tentativi falliti sono informazione, non fallimento

Se ti fermi a contare, viene fuori un elenco piuttosto lungo.

La visita, e magari più di una. Gli integratori comprati online, quelli con il nome che promette molto e l'etichetta che non promette niente. Il periodo senza pornografia, tenuto per settimane. Le tecniche di respirazione trovate in un video. L'applicazione scaricata e aperta tre volte. La compressa, presa di nascosto. E in mezzo, come sottofondo costante, la versione più economica e più inutile di tutte: dirsi che basta rilassarsi e non pensarci.

Nessuna di queste cose ha risolto. E a un certo punto, quasi sempre di sera, si è formata una conclusione che sembra logica: se non ha funzionato niente, allora il difetto sono io.

Questa pagina esiste per dire che quella conclusione è sbagliata, e non per gentilezza. È sbagliata da un punto di vista tecnico, ed è possibile mostrarne il motivo.

Un elenco di tentativi non è una condanna, è un tabellone

Nella pratica clinica, quando qualcuno arriva con una storia di tentativi andati male, la prima cosa che faccio non è cercare l'idea che non ha ancora provato. È chiedere l'elenco completo e leggerlo, perché quell'elenco contiene una quantità di informazione che nessun questionario produce.

Il motivo è semplice. Ogni tentativo agisce su un pezzo diverso del meccanismo. Se un tentativo che agisce sul pezzo A non ha cambiato niente, il pezzo A quasi certamente non è quello che regge il problema. Provando cose diverse hai fatto, senza saperlo, una serie di esperimenti che restringono il campo.

Il fallimento non ti sta dicendo che sei irrecuperabile. Ti sta dicendo dove non è. E in un problema come questo, dove non è vale quasi quanto dove è.

Che cosa ha già escluso ognuna di quelle strade

Vale la pena farlo per davvero, perché letto così cambia la sensazione che l'elenco produce.

La compressa. Agisce sulla parte idraulica: mantiene più a lungo le condizioni di flusso che permettono l'erezione. Se ha funzionato, hai la conferma che l'apparato risponde, cioè che il pezzo meccanico c'è. Se ha funzionato certe volte e altre no, l'informazione è ancora più forte: un guasto idraulico non cambia idea a seconda della sera, della persona o di quanto era importante quella volta lì. Una risposta che varia indica un anello che non è idraulico. Ne parlo per esteso nella pagina su il farmaco che funziona mentre il problema resta.

Gli integratori. Sono la voce meno informativa dell'elenco, perché agiscono in modo aspecifico e spesso non agiscono affatto. Dicono però una cosa che conta: quanto sei stato disposto a spendere e a rischiare pur di non doverne parlare con nessuno. Quel dato riguarda la vergogna, non l'erezione, ed è comunque parte del quadro.

La pausa dalla pornografia. Agisce sul condizionamento, cioè sull'ipotesi che il corpo si sia abituato a un tipo di stimolo molto specifico e faccia fatica con un altro. È un'ipotesi seria e in certi quadri è quella giusta. Ma se hai tenuto una pausa lunga e con la partner non è cambiato niente, allora il condizionamento non era l'ingrediente principale del tuo caso. Hai appena escluso una strada intera, e ti è costata settimane: non buttarla via.

Le tecniche di respirazione e di rilassamento. Agiscono sull'attivazione fisiologica nel momento in cui la usi. Il problema è che nella difficoltà di erezione l'attivazione non nasce lì: nasce ore prima, nell'attesa, e si struttura nella storia degli episodi precedenti. Respirare bene mentre stai già monitorando te stesso è come abbassare il volume di una sirena senza spegnere la centralina.

La forza di volontà. Questa merita una riga a parte, perché è quella che fa più danni. L'erezione non è un movimento volontario: dipende dal sistema nervoso autonomo, la parte che regola il battito, la digestione, la sudorazione. Non risponde ai comandi. Chiedersi di volerlo abbastanza è chiedere a un sistema involontario di obbedire, e il fallimento è scritto in partenza. Non è una debolezza del carattere: è la definizione stessa di come funziona quel pezzo di corpo.

Un check-up rapido di dove si trova la difficoltà oggi

Cinque domande, due minuti, le risposte restano sul tuo telefono

Le tre domande che trasformano l'elenco in dati

Se vuoi fare da solo il primo pezzo di questo lavoro, servono tre domande per ogni voce dell'elenco. Sono le stesse che uso in una valutazione.

La prima: che cosa hai provato, esattamente? Non la categoria, la cosa. Non "ho provato a smettere", ma per quanti giorni, in che modo, cosa hai tolto e cosa no.

La seconda: per quanto tempo lo hai tenuto? Molti tentativi non sono falliti, sono stati interrotti prima di poter dire qualcosa. È una distinzione decisiva, perché un tentativo troppo breve non ha escluso niente e va rimesso sul tavolo.

La terza, ed è quella che quasi nessuno si fa: mentre lo facevi, che cosa è cambiato, anche di poco? Non "ha funzionato o no". Qualcosa di più fine: dormivi meglio, eri più o meno teso, ci pensavi di più o di meno, l'atmosfera con la persona che hai accanto si era mossa in qualche direzione. Sono quei movimenti minimi a dire su quale leva quel tentativo stava effettivamente agendo.

Tre voci dell'elenco lette con queste domande valgono più di dieci tentativi nuovi fatti alla cieca.

La differenza fra provare da soli e lavorare con un metodo

A questo punto la domanda legittima è: e allora perché dovrebbe andare diversamente adesso.

La risposta non è che esiste una tecnica migliore che non ti hanno ancora detto. Non esiste, e chi la vende sta vendendo. La differenza sta in quattro cose, e sono tutte di metodo.

La prima è l'ordine. Da soli si prova quello che capita, nell'ordine in cui lo si incontra. In un percorso si parte da dove il meccanismo si inceppa, e le cose si affrontano in una sequenza che ha una logica.

La seconda è una variabile alla volta. Nei tentativi in solitaria di solito si cambiano tre cose insieme, e quando qualcosa si muove non si sa che cosa lo abbia mosso. Così anche i successi restano inutilizzabili.

La terza è la misura. Serve un punto di partenza scritto e dei momenti in cui si guarda se qualcosa è cambiato. Senza, la memoria fa il suo mestiere e si ricorda quasi solo delle volte andate male.

La quarta è la più importante, e non è tecnica. È che c'è qualcun altro che guarda. Un tentativo che va male in solitaria diventa immediatamente una frase sulla propria persona: sono io il problema. Dentro un percorso lo stesso identico episodio è un dato, si mette sul tavolo, si guarda insieme, e da lì si decide la mossa successiva. Il contenuto è uguale, quello che cambia è chi lo interpreta e a che cosa lo attribuisce.

Non sei l'unico ad aver mollato una strada

Una cosa che di solito sorprende, e che aiuta a togliere l'idea di essere un caso particolarmente ostinato.

Una meta-analisi pubblicata su Andrology nel 2016, che ha raccolto 22 studi per oltre 162.000 uomini, ha misurato quante persone abbandonano il trattamento farmacologico per l'erezione: quasi la metà entro il primo anno, con percentuali più alte fra i più giovani. Le ragioni principali sono le difficoltà nella relazione e la sensazione che quella strada non stia risolvendo. E, secondo un altro studio, si abbandona anche quando i rapporti riescono.

Quindi no, non sei l'eccezione che molla. Sei dentro un fenomeno che riguarda circa metà delle persone che quella strada l'hanno imboccata, e riguarda loro per la stessa ragione per cui riguarda te: perché quella strada agiva su un pezzo, e il motivo stava da un'altra parte.

Quello che i tentativi hanno già costruito

C'è un ultimo pezzo, ed è il più difficile da vedere da dentro.

Quell'elenco lungo non dice soltanto che cosa non ha funzionato. Dice anche che per mesi, forse per anni, ti sei occupato di una cosa che avrebbe potuto essere semplicemente evitata. Le persone che evitano davvero non arrivano a fare un elenco: smettono di cercare occasioni, e il problema smette di presentarsi perché non gli si dà più modo di farlo.

Questo non è un vizio da correggere e non è una questione di carattere. È un meccanismo, e i meccanismi si guardano e si modificano. Nessuno può prometterti un esito, e chi lo fa ti sta vendendo qualcosa. Quello che posso dirti è che il materiale per cominciare, in questo caso, ce l'hai già in mano: è l'elenco che pensavi fosse la prova che non c'è niente da fare.

Se hai già fatto visite ed esami e non hanno trovato niente, oppure hai già provato farmaci o altre strade senza un risultato stabile, il passo utile non è aggiungere un tentativo all'elenco. C'è una pagina scritta per questa situazione, con la valutazione, le fasi, i costi e come si comincia: la disfunzione erettile con esami a posto.

Se invece è la prima volta che ci guardi davvero, il punto di partenza più leggero è il check-up della funzione erettile: cinque domande, nessun dato lascia il tuo telefono.

Equilibrio è il progetto in cui mi occupo di questo. Sono Ivan Ferrero, psicologo-psicoterapeuta, iscritto all'Albo degli Psicologi della Lombardia, sezione A, n. 16571 dal 2006.

Fonti citate

Corona G. et al., The effect of type 5 phosphodiesterase inhibitors on drop out rate, Andrology, 2016. doi.org/10.1111/andr.12255

Carvalheira A. et al., Dropout in the treatment of erectile dysfunction with PDE5, Journal of Sexual Medicine, 2012. pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/22994491

Melnik T. et al., Psychosocial interventions for erectile dysfunction, Cochrane Database of Systematic Reviews, 2007. doi.org/10.1002/14651858.CD004825.pub2

Questa pagina ha finalità informative. Non sostituisce una diagnosi medica: le cause fisiche vanno sempre escluse con il medico, e ogni scelta sulla terapia farmacologica si discute con chi l'ha prescritta.

Da leggere anche: esami normali e difficoltà di erezione, se il giro dei medici si è chiuso senza una causa. E cosa succede dopo il primo messaggio, se la parte che pesa è il primo contatto.

Ivan Ferrero

Psicologo Psicoterapeuta, Albo degli Psicologi della Lombardia, sezione A, n. 16571 dal 2006

Fondatore di Equilibrio, Psicoterapia online per la salute sessuale maschile