Il farmaco funziona, ma il problema resta

La compressa fa quello che promette. La prendi, aspetti il tempo che serve, e il corpo risponde. Sulla carta è finita lì: hai trovato la soluzione, il problema è chiuso.

Solo che non è chiuso, e lo sai già, altrimenti non staresti leggendo questa pagina.

Perché nel frattempo è cambiato tutto il resto. La sera va programmata a ritroso a partire dal momento in cui hai preso la pastiglia. Bisogna ricordarsi di averla con sé, e nasconderla. Ogni volta c'è quella mezz'ora in cui controlli se sta arrivando l'effetto, e in quella mezz'ora sei più teso di prima. E, soprattutto, resta una domanda che il farmaco non ha mai risposto: se senza non funziona, che cosa succede davvero quando non c'è.

Quello che il farmaco fa, e lo fa bene

Prima di andare avanti va detta una cosa, perché è vera e perché non voglio che questa pagina somigli alle tante che invitano a buttare via le medicine.

Gli inibitori della fosfodiesterasi di tipo 5, cioè la famiglia di principi attivi a cui appartengono le compresse che si prendono per l'erezione, sono farmaci efficaci, studiati da decenni e prescritti in tutto il mondo. Agiscono su un punto preciso della catena: mantengono più a lungo la vasodilatazione che permette al sangue di restare dove serve. Fanno una cosa sola e la fanno con precisione.

Il punto è proprio la precisione. Agiscono sulla parte idraulica del meccanismo, e agiscono per un numero di ore che è scritto nel foglietto. Poi quel tempo finisce. Non perché il farmaco sia scadente, ma perché è quello il suo lavoro: apre una finestra, non cambia il paesaggio.

Chi lo ha usato ha fatto una cosa sensata. Ha preso lo strumento più immediato e più disponibile per un problema che stava rovinando le serate, e in molti casi quello strumento ha funzionato. Il problema non è averlo usato. Il problema è che, se il motivo per cui l'allarme si accende resta lì dov'è, la finestra va riaperta ogni volta.

Il dato che quasi nessuno racconta

C'è un numero che descrive questa situazione meglio di qualunque discorso, ed è un numero grande.

Una meta-analisi pubblicata nel 2016 su Andrology, che ha raccolto 22 studi per un totale di oltre 162.000 uomini, ha misurato quante persone smettono di usare questi farmaci dopo averli iniziati. Il tasso di abbandono è di circa il 4 per cento al mese, e arriva a quasi la metà entro il primo anno. Fra i più giovani è ancora più alto.

Metà delle persone che cominciano si ferma entro dodici mesi. Non è una nicchia di casi difficili: è la norma statistica.

La parte più interessante, però, non è quanti smettono. È perché. Gli autori indicano due famiglie di ragioni ricorrenti: le difficoltà nella relazione con il partner, e la percezione che il farmaco non risolva. E un lavoro del 2012 aggiunge il dettaglio che rende tutto più chiaro: si smette anche quando i rapporti riescono.

Vale la pena rileggerlo piano. Persone per cui la compressa funziona, che hanno rapporti soddisfacenti grazie a quella compressa, la abbandonano lo stesso. Il che dice una cosa sola, ed è la ragione per cui ho scritto questa pagina: la partita che stavano giocando non era quella lì.

Un check-up rapido di dove si trova la difficoltà oggi

Cinque domande, due minuti, le risposte restano sul tuo telefono

Che cosa vuol dire "non tocca il motivo"

Immagina un allarme antincendio che suona ogni volta che entri in una certa stanza. Puoi abbassare il volume dell'allarme, ed è esattamente quello che fa il farmaco: rende la stanza vivibile per qualche ora. Ma l'allarme continua a scattare, perché nessuno è ancora andato a vedere che cosa lo fa scattare.

Nella difficoltà di erezione su base psicologica quel meccanismo ha un nome preciso ed è ben descritto. Una parte del sistema nervoso, quella che si attiva quando percepiamo una minaccia, è incompatibile con l'erezione: il corpo, quando è in allerta, dirotta le risorse altrove. È fisiologia, non debolezza. E la minaccia, in questo caso, non è un pericolo esterno: è la possibilità di non riuscire.

Da lì nasce il fenomeno che in clinica si chiama spectatoring, descritto per la prima volta da Masters e Johnson: nel momento dell'intimità una parte di te esce dalla scena e si mette a guardare, a controllare, a verificare se sta funzionando. Chi verifica è per definizione in allerta. E chi è in allerta non si eccita. È lo stesso circolo che descrivo nella pagina sull'ansia da prestazione sessuale: più controlli, meno funziona, e il fallimento successivo conferma la paura che lo ha prodotto.

Il farmaco entra in questa scena da un solo lato. Tiene aperta la finestra abbastanza a lungo perché il controllo non riesca a chiuderla. È un aiuto reale, e per molti è l'unica cosa che ha interrotto una serie di episodi negativi. Ma non tocca la ragione per cui la parte che controlla è entrata in scena, non le insegna a uscirne, e soprattutto non risponde alla domanda che nel frattempo si è installata: e senza?

Il costo che si vede solo dopo

C'è un effetto che nella pratica sento raccontare spesso e che nei foglietti illustrativi non c'è, perché non riguarda il farmaco: riguarda quello che gli si costruisce intorno quando resta l'unica strada.

La compressa diventa una condizione. Non nel senso chimico, ma nel senso della testa: il rapporto senza è il rapporto in cui potrebbe andare male, quindi va evitato, quindi non capita mai, quindi non si accumula nessuna esperienza diversa da quella. La prova non si fa più, e finché non si fa la risposta resta sospesa.

E poi c'è la programmazione. Il desiderio spontaneo, quello che nasce mezzo minuto prima, viene sostituito da una finestra temporale. Molti uomini mi raccontano che è quello, più della difficoltà iniziale, ad aver reso il sesso una cosa faticosa. Non il sintomo: la logistica che è cresciuta attorno al sintomo.

Anche questo non è un motivo per smettere di prendere niente. È un motivo per guardare che cosa c'è sotto, mentre lo si prende.

Cosa dicono i dati su come si mettono insieme le due cose

Su questo la letteratura è meno ambigua di quanto ci si aspetterebbe, e va nella direzione opposta a quella che si sente al bar.

Una revisione Cochrane del 2007, che ha messo insieme 11 studi clinici per un totale di quasi 400 uomini, ha confrontato tre strade: il lavoro psicologico da solo, il farmaco da solo, e i due insieme. Il lavoro psicologico riduceva la persistenza della difficoltà rispetto al non fare nulla. La combinazione fra lavoro psicologico e farmaco reggeva meglio del solo farmaco. E chi seguiva la strada combinata abbandonava molto meno di chi usava il solo farmaco, che è precisamente il problema da cui siamo partiti.

Una meta-analisi del 2014 pubblicata sul Journal of Sexual Medicine, su 8 studi e 562 pazienti, arriva alla stessa conclusione e propone il trattamento combinato come prima scelta.

Questi numeri descrivono popolazioni, non persone singole, e non sono una previsione su come andrà a qualcuno in particolare. Nessuno può prometterti un esito, e chi lo fa ti sta vendendo qualcosa. Quello che quei dati dicono è più modesto e più utile: le due cose non sono alternative in concorrenza fra loro, e chi le tiene insieme tende ad andare avanti invece di fermarsi a metà.

La differenza che vale più di tutto il resto

Se c'è una cosa sola da portarsi via da questa pagina, è questa.

Se il farmaco ha funzionato una volta e la volta dopo no, quella differenza è il dato più prezioso che hai. Un guasto idraulico non cambia idea a seconda della sera, della persona, del livello di stanchezza, di quanto è importante quella volta lì. Una risposta che varia sta dicendo che nella catena c'è un anello che non è idraulico.

Ed è lo stesso principio che vale per tutti i tentativi che hai fatto prima e dopo, quelli di cui parlo nella pagina su avere provato di tutto senza risultato stabile. Il sintomo non è il nemico. È una radiografia, e in questo caso è particolarmente leggibile: ti sta mostrando dove la catena si interrompe, e lo sta facendo con più precisione di qualunque esame.

Se vuoi guardare l'altra metà

Quello che il farmaco non copre non è un residuo, ed è un terreno su cui si lavora con un metodo. Non con un trucco, non con una tecnica da provare stasera: con una valutazione di quello che succede prima, durante e dopo, e con un percorso che parte da lì.

Se hai già fatto visite ed esami e non hanno trovato niente, oppure hai già provato farmaci o altre strade senza un risultato stabile, il passo utile non è un'altra lettura. Trovi tutto in una pagina scritta per questa situazione, che descrive la valutazione, le fasi, i costi e come si comincia: la disfunzione erettile con esami a posto.

Se invece è la prima volta che ci guardi davvero, il punto di partenza più leggero è il check-up della funzione erettile: cinque domande, nessun dato lascia il tuo telefono.

Equilibrio è il progetto in cui mi occupo di questo. Sono Ivan Ferrero, psicologo-psicoterapeuta, iscritto all'Albo degli Psicologi della Lombardia, sezione A, n. 16571 dal 2006.

Fonti citate

Corona G. et al., The effect of type 5 phosphodiesterase inhibitors on drop out rate, Andrology, 2016. doi.org/10.1111/andr.12255

Carvalheira A. et al., Dropout in the treatment of erectile dysfunction with PDE5, Journal of Sexual Medicine, 2012. pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/22994491

Melnik T. et al., Psychosocial interventions for erectile dysfunction, Cochrane Database of Systematic Reviews, 2007. doi.org/10.1002/14651858.CD004825.pub2

Schmidt H.M. et al., Combination of psychological intervention and phosphodiesterase-5 inhibitors for erectile dysfunction, Journal of Sexual Medicine, 2014. doi.org/10.1111/jsm.12520

Questa pagina ha finalità informative. Non sostituisce una valutazione medica: le cause fisiche e ogni scelta sulla terapia farmacologica si discutono con il medico che l'ha prescritta.

Da leggere anche: esami normali e difficoltà di erezione, se il giro dei medici è già stato fatto. E problemi di erezione: cosa ti sta succedendo davvero, se cerchi il quadro d'insieme.

Ivan Ferrero

Psicologo Psicoterapeuta, Albo degli Psicologi della Lombardia, sezione A, n. 16571 dal 2006

Fondatore di Equilibrio, Psicoterapia online per la salute sessuale maschile