Il mio compagno non ha erezioni: cosa c'entro io

Probabilmente stai leggendo tardi, con il telefono girato dalla parte giusta, mentre lui dorme di là o accanto a te. È una ricerca che quasi nessuna fa alla luce del giorno, e che quasi nessuna racconta a un'amica.

La domanda che ti ha portata qui, sotto tutte le altre, di solito è una sola: c'entro io? Non lo attraggo più. Sono cambiata. C'è un'altra. Oppure il contrario, che fa ancora più male: sono io che sbaglio qualcosa ogni volta che provo a farlo sentire meglio.

La risposta onesta è che c'entri, ma non nel punto in cui te lo stai chiedendo. Nella causa, quasi certamente no. In quello che sta succedendo adesso fra voi due, un po' sì, e non per colpa tua. In quello che può cambiare, molto, e questo è l'unico punto in cui i numeri dicono qualcosa di preciso.

Quello che senti tu è già stato misurato

Prima di parlare di lui, una cosa su di te, perché di solito viene saltata e non dovrebbe.

Uno studio internazionale pubblicato nel 2005 sul Journal of Sexual Medicine ha intervistato 293 partner di uomini con difficoltà erettili, in otto paesi fra cui l'Italia. Le donne hanno riferito, dopo la comparsa della difficoltà del compagno, una frequenza di attività sessuale significativamente più bassa, e meno desiderio, meno eccitazione, meno orgasmi, meno soddisfazione nella relazione sessuale rispetto a prima. Il calo era tanto più marcato quanto più marcata era la difficoltà di lui.

Lo dico perché quasi tutte le donne che arrivano a scrivermi su questo tema si scusano per il fatto di starci male. Come se il problema fosse suo e il disagio, quindi, un lusso che non spetta a loro. Non è un lusso, ed è documentato. Quando una cosa si spegne dentro una coppia, si spegne per due, e il fatto che il sintomo abbia un corpo solo non cambia niente.

Una ricerca del 2024 su 228 coppie aggiunge il pezzo mancante: l'ansia legata alla prestazione sessuale si associa a più disagio e a meno soddisfazione non solo in chi la prova, ma anche nel partner che gli sta accanto. È un'associazione e non una catena di causa ed effetto, però dice una cosa che tu stai già sentendo: quello stato non resta dentro una persona sola.

Nella causa non c'entri, e al tuo posto c'è un meccanismo preciso

Il pensiero non lo attraggo più è il primo che arriva, ed è quasi sempre quello sbagliato, per una ragione che ha a che fare con la fisiologia e non con la gentilezza.

L'erezione non è un atto volontario. Richiede la prevalenza del sistema nervoso parasimpatico, cioè lo stato in cui il corpo ha deciso che non deve difendersi da niente. Non è uno stato che si possa produrre a comando, ed è esattamente lo stato che salta quando una persona è in allerta.

Ecco come si installa, nella grande maggioranza dei casi che vedo. C'è una prima sera in cui non succede, per un motivo qualsiasi e spesso banale: troppo alcol, troppa stanchezza, un periodo pesante, una tensione fra voi rimasta lì. Da sola sarebbe una serata come tante. Il problema comincia nei giorni dopo, quando lui ci ripensa, perché la volta successiva arriva con una domanda già accesa: e se succede di nuovo?

In quel momento smette di essere lì. Una parte di lui esce dalla scena e si mette a controllare se sta funzionando, un fenomeno che ha un nome tecnico, spectatoring, e che ho descritto per esteso nella pagina sull'ansia da prestazione sessuale. Qui basta il punto meccanico: controllare è uno stato di allerta, e l'allerta attiva il sistema opposto a quello che serve. Il gesto con cui lui cerca di ottenere l'erezione è precisamente il gesto che gliela impedisce, e più diventa importante che funzioni, meno funziona. Poi la serata storta conferma la paura che l'aveva prodotta, e il circuito si alimenta da solo.

Guarda cosa manca, in tutta questa sequenza: manca il tuo corpo, mancano i tuoi anni, manca quanto lo desideri e quanto ti desidera. Non perché siano irrilevanti nella vostra storia, ma perché non sono gli ingranaggi di questo meccanismo. Il fatto che spesso lui riesca da solo, o al mattino, è la prova più semplice che l'apparato funziona quando nessuno lo sta guardando. E vale la pena dirlo chiaro: psicogeno non vuol dire immaginario. Il suo corpo sta reagendo davvero, in modo corretto, a una situazione che sta leggendo male.

Perché "non fa niente, rilassati" peggiora le cose

Questa è la parte che nessuno dice alle partner, e che nella pratica clinica vedo fare danni con una regolarità impressionante.

Quando succede, tu dici la cosa più generosa che ti viene: non fa niente, non è importante, rilassati, stiamo bene lo stesso. Lo dici per toglierlo dall'imbarazzo, e lo pensi davvero. Solo che nella sua testa quella frase non arriva come l'hai mandata. Arriva così: quindi era abbastanza grave da doverlo dire.

Rassicurare qualcuno su un pericolo conferma che il pericolo c'era. È lo stesso motivo per cui dire "non essere agitato" a chi sta per parlare in pubblico non ha mai calmato nessuno. La rassicurazione nomina la posta in gioco, e la posta in gioco è esattamente il carburante dello spectatoring.

Lo stesso vale per la variante pratica, quella che sembra la più sensata di tutte: perché non ti fai vedere da qualcuno, o non provi a prendere qualcosa? Detta subito dopo, o detta a letto, suona come una diagnosi emessa da te. E la maggior parte degli uomini, in quel momento, non sente una proposta: sente una conferma.

Nessuna delle due cose che hai fatto era sbagliata. Erano giuste in un altro problema.

La pagina scritta per lui, se le visite le ha già fatte

Puoi mandargliela senza aggiungere niente. È scritta per essere letta da soli

Nel mantenimento qualcosa c'entri, e non è una colpa

Qui devo essere preciso, perché è il punto in cui rischio di essere frainteso in entrambe le direzioni.

Tu non hai causato niente. Però una volta che il circuito si è acceso, la coppia ci entra dentro, e ci entra con dei gesti che nascono tutti da buone intenzioni. Ti descrivo i tre che ritrovo più spesso, e riconoscerli serve a smettere di farli, non a sentirsi in colpa per averli fatti.

Il primo è la rassicurazione di cui sopra, ripetuta ogni volta, che trasforma ogni tentativo in un esame con esito annunciato.

Il secondo è l'evitamento gentile, ed è il più insidioso, perché spesso comincia da te. Per non metterlo in difficoltà eviti di iniziare, vai a letto un po' più tardi, non lo abbracci come prima perché temi che legga l'abbraccio come una richiesta. È delicatezza vera, e nel giro di qualche mese ha ridotto il perimetro di quello che potete fare insieme senza che nessuno dei due abbia deciso niente. Lui sta facendo lo stesso identico calcolo, e legge il tuo ritiro come conferma di essere diventato un peso.

Il terzo è il silenzio d'accordo, e non è neutro: lascia che ognuno riempia il vuoto con la spiegazione peggiore che ha in casa. La tua di solito è "non mi vuole più". La sua è "sono finito".

Non è colpa. È il modo in cui due persone che si vogliono bene, cercando ciascuna di proteggere l'altra, restringono lo spazio in cui la cosa potrebbe rimettersi in moto.

Nella soluzione c'entri parecchio, e lo dicono i numeri

Questa è la parte che voglio che ti porti via, se decidi di chiudere la pagina adesso.

Una revisione con meta-analisi pubblicata nel 2016 su Andrology, che ha messo insieme 22 studi e quasi 163.000 pazienti, ha misurato quanti uomini abbandonano i farmaci per l'erezione: circa il 4 per cento al mese, che vuol dire quasi la metà entro un anno, con percentuali più alte proprio fra i più giovani. E fra le ragioni principali dell'abbandono non compare soltanto la mancanza di efficacia: compaiono, allo stesso livello, i problemi legati alla relazione con la partner. Gli autori concludono che nessun fattore singolo domina, e che a far mollare è di solito una combinazione di elementi medici, psicologici e relazionali.

Uno studio portoghese del 2012, su 327 uomini in trattamento, va anche più vicino al punto: quasi la metà aveva interrotto, e gli uomini le cui partner erano state coinvolte nel percorso interrompevano meno degli altri. È un dato osservativo, quindi descrive un'associazione e non una leva da tirare. Ma dice una cosa che vale la pena tenere: la presenza di chi sta accanto pesa sul fatto che una strada venga percorsa fino in fondo, non solo sul fatto che venga imboccata.

Ed è questo il modo onesto di dire cosa c'entri tu. Non c'entri con la velocità con cui il suo corpo tornerà a rispondere, e chiunque ti dica che dipende da te ti sta caricando di una cosa che non è tua. C'entri con la probabilità che cominci, e che non molli alla terza settimana difficile. Il tuo ruolo non è farlo funzionare, è rendere possibile che si faccia aiutare. Con il rovescio della medaglia, che va detto: se lui non vuole, non c'è niente che tu possa fare al posto suo. È una porta che si apre solo dall'interno.

Come si apre la conversazione, e quando non aprirla

Il momento sbagliato è quello che sceglierebbero quasi tutti: subito dopo, al buio, mentre siete ancora lì. Lui è nel punto più basso della serata, e qualunque frase, anche la più affettuosa, entra dentro una ferita aperta.

Il momento giusto è lontano dal letto e lontano dall'episodio: in macchina, camminando, in un pomeriggio qualsiasi. Fianco a fianco funziona meglio che faccia a faccia, perché toglie lo sguardo dalla scena. E su cosa dire il criterio è uno solo: parla di te e della distanza, non di lui e del sintomo. Il sintomo è il territorio in cui si sente già in difetto, e ogni frase che lo nomina lo riporta lì.

"Non mi manca il sesso. Mi manchi tu. Ho l'impressione che ci stiamo evitando per non farci male, e mi dispiace più questo di tutto il resto."

Poi ti serve una seconda frase, per quando lui dice che non è niente e che gli passerà. Qualcosa come: può darsi. Però se fra un mese è ancora così, mi piacerebbe che ne parlassimo con qualcuno, e non perché sia grave. Metti un tempo, non un ultimatum. Un tempo dichiarato toglie la conversazione dall'eterno rinvio senza trasformarla in una minaccia.

Se si chiude, se si arrabbia, se cambia discorso, la cosa più utile che puoi fare è non insistere quella sera. La difensiva in questa faccenda è quasi sempre proporzionale alla vergogna, non alla mancanza di amore. E la vergogna non si scioglie dentro un confronto, si scioglie quando la conversazione non è un agguato. Puoi tornarci, in un altro momento, una volta sola. Oppure puoi lasciargli qualcosa da leggere da solo, che spesso funziona meglio di qualunque discorso, perché leggere non obbliga a rispondere.

Se c'entra anche la pornografia

Metto qui la domanda che forse ti sei già fatta, perché ha una risposta e non merita di restare sospesa.

Sì, esistono situazioni in cui la difficoltà con la partner convive con una risposta che funziona bene da solo, davanti a uno schermo. Non è la regola, non spiega la maggioranza dei casi, e non è quasi mai la storia semplice del tradimento che si racconta in giro. Quando c'è, è un pezzo del quadro, e resta un pezzo.

Quello che ti chiedo di non fare è trasformarti in un'investigatrice. Controllare il telefono, la cronologia, gli orari, è comprensibile ma fa due danni insieme: ti fa stare peggio ogni giorno, e sposta la conversazione dal problema alla fiducia, cioè su un terreno dove non si può più parlare di niente. Se questa parte pesa nella tua situazione, ne ho scritto in una pagina dedicata a chi ha scoperto che il compagno guarda pornografia.

Quanto si aspetta, e dove passa il tuo confine

Una difficoltà che compare ogni tanto, in periodi carichi, e che poi passa, fa parte del funzionamento normale di un corpo e non richiede niente.

Il punto in cui vale la pena muoversi non ha a che fare con la frequenza degli episodi, ma con quello che si è costruito intorno: quando ha smesso di essere un fatto e ha cominciato a essere una regola, quando l'evitamento ha ridotto le occasioni e accorciato anche i discorsi, quando ne siete usciti tutti e due con una teoria privata che non vi siete mai detti. È lì che il tempo, da solo, smette di lavorare a favore.

E poi c'è una cosa che riguarda te soltanto. Non sei tenuta ad aspettare in silenzio per un tempo indefinito, e volere che la vostra intimità torni non è egoismo. Puoi essere paziente con lui e chiara con te stessa nello stesso momento: è l'unica combinazione che regge a lungo. Se stai rimandando ogni tua richiesta per non ferirlo, quella rinuncia non è invisibile, si accumula, e a un certo punto esce come rabbia dentro una discussione che sembrava su altro.

Cosa succede se decide di farsi vedere

Ti dico la forma delle cose, così se lui te lo chiede hai una risposta e non una promessa.

Il primo passo, quando la difficoltà dura da mesi, resta medico: escludere le cause fisiche con il proprio medico o con un andrologo va fatto, e non è negoziabile. In Italia, secondo la campagna delle società scientifiche di andrologia e urologia, circa quattro uomini su cinque con una difficoltà di erezione non ne parlano con nessun medico, quindi quel primo passo è già più raro di quanto sembri.

Se il giro medico è stato fatto e non ha trovato niente, il lavoro psicologico ha un senso preciso. Comincia con una valutazione in due tempi, un questionario che lui compila da solo e poi un incontro in cui si ricostruisce quando è iniziata, dove c'è e dove no, cosa è cambiato intorno, cosa ha già provato. Da lì il percorso è costruito su otto sedute, con una revisione alla quarta in cui si guardano insieme i numeri raccolti e si decide se continuare, cambiare bersaglio o fermarsi. Si paga seduta per seduta, e i costi sono scritti per esteso sulla pagina sulla difficoltà erettile con esami a posto.

Non prometto un esito, e chi te lo promette ti sta vendendo qualcosa. Quello che posso dirti è che il lavoro psicologico sulla difficoltà erettile non organica è stato studiato con studi controllati, e che le linee guida europee raccomandano di affiancarlo al trattamento medico invece di contrapporlo. Il farmaco, quando serve, fa metà del lavoro: agisce sull'idraulica, e non arriva dove l'allarme si accende prima.

E tu, in tutto questo, dove sei. Se ci sei, entri entro la terza seduta, non come accompagnatrice né come parte in causa da correggere, e con l'obiettivo dichiarato onestamente: il tuo coinvolgimento ha dati sulla tenuta del percorso e sulla relazione, non sulla velocità con cui il suo corpo risponde. La porta d'ingresso resta la sua, il percorso resta valido se tu non ci sei o scegli di non entrarci, e non esiste nessuna versione di questo lavoro in cui la partner diventa lo strumento terapeutico di qualcun altro.

Se lui ha già fatto visite ed esami e non hanno trovato niente, oppure ha già provato farmaci senza un risultato stabile, la cosa più utile che puoi fare stasera è mandargli un link e non aggiungere altro: la difficoltà erettile con esami a posto. È scritta per essere letta da soli, senza doverne parlare con nessuno.

Se invece non ha ancora fatto niente e non sa da dove cominciare, il punto di partenza più leggero è la pagina sui problemi di erezione, che spiega cosa succede e in che ordine ha senso guardarlo.

Se vuoi capire prima tu, come impostare la conversazione o se questo è il momento giusto, puoi scrivermi a ivan@ivanferrero.it e ti rispondo io, personalmente. Il percorso comincia da lui, quindi non ti proporrò un appuntamento: ti dirò quello che serve sapere per decidere insieme a lui il passo successivo.

Equilibrio è il progetto in cui mi occupo di questo. Sono Ivan Ferrero, psicologo-psicoterapeuta, iscritto all'Albo degli Psicologi della Lombardia, sezione A, n. 16571 dal 2006.

Fonti citate

Fisher W.A. et al., Sexual experience of female partners of men with erectile dysfunction: the female experience of men's attitudes to life events and sexuality (FEMALES) study, Journal of Sexual Medicine, 2005. doi.org/10.1111/j.1743-6109.2005.00118.x

Bockaj A. et al., Under Pressure: Men's and Women's Sexual Performance Anxiety in the Sexual Interactions of Adult Couples, Journal of Sex Research, 2024. doi.org/10.1080/00224499.2024.2357587

Corona G. et al., First-generation phosphodiesterase type 5 inhibitors dropout: a comprehensive review and meta-analysis, Andrology, 2016. doi.org/10.1111/andr.12255

Carvalheira A.A. et al., Dropout in the treatment of erectile dysfunction with PDE5: a study on predictors and a qualitative analysis of reasons for discontinuation, Journal of Sexual Medicine, 2012. doi.org/10.1111/j.1743-6109.2012.02787.x

Campagna informativa di Società Italiana di Andrologia, Società Italiana di Andrologia e Medicina della Sessualità e Società Italiana di Urologia sul divario fra difficoltà trattabili e richieste di aiuto.

Riferimenti scientifici recuperati tramite PubMed. Questa pagina ha finalità informative e non sostituisce una diagnosi medica: le cause fisiche vanno sempre escluse con il medico.

Da leggere anche: l'ansia da prestazione sessuale, se vuoi capire meglio il meccanismo che si è acceso in lui. E esami normali ed erezione, se lui è appena uscito da un giro di visite senza risposte.

Ivan Ferrero

Psicologo Psicoterapeuta, Albo degli Psicologi della Lombardia, sezione A, n. 16571 dal 2006

Fondatore di Equilibrio, Psicoterapia online per la salute sessuale maschile